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Un demone per l'inquisitore – Parte 5 – Koan il faslo dio.

Damiel si voltò verso lady Coryl: -Questa battaglia è persa, dobbiamo scappare, ne i miei poteri psionici, ne tutta la forza dell’armada possono competere con il demone che possiede questo drago.-
Coryl osservò la bestia con gli occhi sbarrati, poi fissò Damiel: -Damiel so che questo non è il momento migliore per i discorsi, ma devo dirti una cosa importante. Cinque anni fa, prima che tu uccidessi Lazarus, ho consultato il mazzo dei grandi arcani. Dopo quella predizione non ho più toccato un mazzo da chiromanzia, tale è l’inquietudine che ha suscitato in me. Le carte mi mostrarono la Sconfitta mia e di Lazarus, e la predizione si avverò, ma c’erano altre carte di cui allora non capii il significato. Una di queste era il Drago. Pensavo che si riferisse allo scontro tra te e Lazarus, ma invece adesso mi è chiaro che lo scontro di oggi è nel tuo destino, non puoi scappare.-
-Non posso neppure affrontarlo.-
-Sei stato tu a dirmi che è la mano di una divinità a muovere i tuoi passi, sii il suo strumento e uccidi il drago, io rimarrò fino alla fine.-

Koan osservò i patetici mortali, che si preparavano ad affrontare il demone-drago, inginocchiato su una rupe dalla cima del passo, con un sogghigno sulla sua bocca velata. Avrebbe voluto lasciare che il drago li uccidesse, per poi bere il loro sangue ancora caldo, ma aveva promesso che li avrebbe salvati.
La Dama gli aveva promesso in cambio un avversario degno e la dama, Koan aveva imparato, manteneva sempre le promesse.
Dalla caduta del generale Ulgosh, Koan non aveva più trovato un avversario alla sua altezza. Aveva attraversato miriadi di campi di battaglia uccidendo e sterminando tutti coloro che incontrava, indipendentemente dalla fazione, culto o credo.
Se non poteva trovare gioia nel combattere, almeno poteva falciare le vite di coloro che erano indegni di affrontarlo.
Il falso dio lo chiamavano, ma come tutte le definizioni dei mortali essa era profondamente errata, non c’era nulla di faso in Koan. Koan aveva ricordi ben vividi della sua nascita, era solo un pensiero di ferocia e vendetta nei giorni dell’età dell’oro, così come la dama non era più del respiro del vento tra le foglie, ma quando miriadi di esseri viventi erano morti nel collasso tra due universi allora la sofferenza sprigionata aveva dato forma ai pensieri della terra e alla ferocia degli uomini creando lui e la Dama.
Difronte all’arrivo degli dei, la Dama era fuggita, ma Koan aveva combattuto e quando non ci furono più demoni da mietere, inizò con le altre creature. A differenza degli dei, Koan non odiava le piccole forme che si agitavano operose sugli svariati mondi ancora abitati, semplicemente la  lotta e la violenza erano una necessità, lui doveva combattere, e quindi era necessario che i deboli morissero.
Gli dei erano stati intrappolati in quell’universo imperfetto per le colpe degli uomini, invece lui e la Dama proprio da quelle colpe erano stati generati, non poteva esserci dicotomia più grande in tutto ciò.
Koan saggiò il filo delle sue armi, due spade gemelle prive di punta e montate su due aste di lancia, mosse dalle sue mani esperte risultavano strumenti di morte micidiali. Recidevano le fragili vite dei mortali in meno di un battito di ciglia.
Koan sospirò, avrebbe voluto aspettare per godersi l’esplosione di violenza del drago,ma non voleva rischiare, la Dama era stata chiara: tre di quegli esseri radunati la sotto avrebbero potuto ritardare ancora per un po’ la fine dell’universo, era imperativo salvarli. Tutto ciò che Koan chiedva era tempo, tempo per combattere, tempo per uccidere, tempo per trovare un avversario migliore. Se compiacere la dama avesse dato tempo a Koan, allora Koan avrebbe compiaciuto la Dama.
Bevve l’ultimo sorso della sua borraccia, aver deciso di continuare a camminare sulla superficie del mondo di Revedian  lo aveva costretto a assoggettarsi a molte delle leggi del mondo materiale, ma per il privilegio di uccidere e non dover contare sull’aiuto di creature più deboli, per veder realizzata la propria volontà, Koan era stato disposto a sopportare il il morso della fame, della sete e della stanchezza, che non affiggeva le altre divinità.  Spiccò un balzo e si gettò verso il drago, aveva osservato abbastanza, era ora che dopo molti anni Koan tornasse sulla scacchiera del gioco tra gli dei, quello che però pochi capivano era che Koan non era una pedina, ma un giocatore.

Il drago aprì le proprie fauci e da esse proruppe un getto di fuco. Damiel ebbe appena il tempo di gettarsi a terra e coprire Coryl, mentre un turbine fiamme lo lambiva.
Poi Sofia si pose davanti a Damiel e Coryl, e spalancò le braccia, l’alito infuocato del drago la investì in pieno, ma non passò oltre, bloccato dalle preghiere di Sofia. Quando la fiamma si spense Sofia era ancora illesa.
Poi arrivò lo straniero, una figura avvolta in vesti lacere, che scagliò contro gli occhi del drago una borraccia vuota e poi gli fu addosso in un turbine di lame, reggendo in mano due armi improbabili, lunghe lame di spada fissate su delle aste di lancia.
Prima che la bestia si riprendesse dalla sorpresa due linee gocciolanti sangue scuro erano apparse sul suo dorso.
Poi li drago, con un ruggito irato, aggredì la figura armata. I suoi artigli affondarono nel braccio sinistro, costringendo l’uomo a mollare l’arma, mentre con il braccio destro, sfruttando l’allungo offerto dalla sua arma, lanciava un fendente contro l’occhio del drago, provocando un ruggito di dolore.
Koan rise e la sua risata fu come un rombo di tuono, fece tremare le pietre del passo e franate una miriade di piccoli sassi. Questo era ciò per cui lui era nato, non il semplice massacro di migliaia di incapaci nel giro di pochi secondi, ma il duello contro un’incarnazione stessa della distruzione!
Dopo più di mille anni Koan stava nuovamente provando gioia e il modo tremava.

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