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Un demone per l’inquisitore. Parte 7 – Risveglio

Damiel si svegliò dolorante, sembrava che ogni singola giuntura ed articolazione del suo corpo protestasse per essere tornata nel mondo dei vivi, mentre la testa rombava come un tamburo percosso da un mazzuolo.

In effetti forse sarebbe stato meglio morire sommersi dalla follia e abbandonare per sempre il maledetto mondo di Revedian. Ma per cosa? Perché la propria anima si ritrovasse intrappolata nel baratro per essere preda dei demoni? Per scoprire magari che nell’universo post-cataclisma non c’era nessuna aldilà e l’anima doveva vagare sola nel vuoto dell’universo per l’eternità?

La testa di Damiel si oppose ai troppi pensieri che le erano stati imposti e il martellare divenne più insistente. Con l’aumento del mal di testa tornarono anche i ricordi.

Lui e Coryl, soli e coperti di sangue… e poi… poi ricordava che si erano curati e fasciati a vicenda, sembravano gli unici due a potersi prendere cura l’uno dell’altra, ironico visto che si erano giurati morte reciproca.

C’era dell’altro, ma la mente in subbuglio non permetteva di ricordare, anche se Damiel sapeva che era importante tremendamente importante ricordare. Doveva essersi ubriacato la sera prima, doveva aver bevuto molto, ma c’era molto da dimenticare.

Si sentiva inquieto e frustrato, li corpo gli sembrava una prigione contro al quale continuava a battere i pugni, in qualche modo era rabbioso, ma non sapeva neppure contro chi o contro cosa doveva rivolgere la sua ostilità, forse contro il mondo intero. Cercò di rilassarsi.

I soldati lo avevano chiamato eroe, salvatore. Avevano chiesto che li benedicesse che li toccasse. Se solo avessero saputo che lui era stato il primo ad avere paura, il primo a cedere alla follia… ma che importava, loro erano vivi e se lo erano, era solo perché, perso nel suo furore, Damiel li aveva scossi e obbligati a reagire.

Lui era il demone della guerra così come Sofia era stata l’angelo che li aveva confortati mentre erano feriti, piangenti o morenti. Angeli per i morti, demoni per i vivi!

Mentre riusciva nuovamente a mettere a fuoco il modo attorno a lui Damiel si rese conto che le coperte erano sporche di sangue una parte delle ferite si erano riaperte e qualche fasciatura aveva ceduto.

Una candela ormai totalmente consumata rischiarava debolmente la tenda in cui si trovava. Dall’ingresso filtrava la debole luce dell’alba e che si rifletteva sulle bottiglie abbandonate sul pavimento, Damiel ne contò una decina prima che il senso di vertigine lo costringesse a richiudere gli occhi

Poi si rese conto della cosa morbida al suo fianco tra le coperte. Voltarsi per osservarla gli causò una tremenda fitta lungo tutta la schiena e dolori a braccia e gambe.

Si ritrovò a fissare una donna esile e minuta, un’elfa oscura co la testa rasata salvo per una lunga coda di capelli bianchi decorata con anelli dorati, i suoi occhi viola si aprirono proprio in quel momento per osservare Damiel stupiti al pari di lui. Di fianco a lui giaceva raggomitolata Lady Coryl.

E allora Damiel ricordò: tutto l’orrore del giorno prima, la follia, il modo in cui lui era sopravvissuto, lui e lady Coryl che si baciavano e poi si rotolavano nel fango e nel sangue, le bottiglie scolate da entrambi, nel vano tentativo di dimenticare che erano sopravvissuti a qualcosa che avrebbe dovuto inghiottirli per sempre. Ciò sembrava aver cancellato la distanza fra loro, avevano parlato della loro infanzia delle loro famiglie, di come entrambi avessero desiderato essere qualcosa di diverso da ciò che la consuetudine voleva imporre loro, avevano scoperto di essere molto simili e di non avere ormai più nessun motivo di rancore.

Avevano superato al follia e la morte assieme, da soli non sarebbero sopravvissuti, da soli sarebbero ripiombati nuovamente nell’oblio.

Damiel carezzò la guancia della donna, poi si preparò ad alzarsi cercando di soffocare il dolore che ancora lo pervadeva, fuori della tenda lo avrebbe aspettato una giornata impegnativa.

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