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Antico Terrore – Il giudizio

2013-02-19_IsabelPrincipessa, riprendo da dove ho interrotto la missiva precedente,

il reggente del nostro ordine è un uomo inquietante che parla sibilando e pare spesso assente, perennemente avvolto in una nube di incenso sacro. Egli mi comunicò l’identità dei tre giudici che avrebbero vagliato nei giorni seguenti il mio caso, ciascuno appartenente come tradizione ad una delle tre stirpi di Laitia. Chardath, una maga del popolo antico da poco ascesa nelle grazie del signore del sapere; Oslvaldo Paniccia, un guerriero iperboreo sicuramente fedele ad Educ (l’uomo di cui avevo ucciso il figlio) e Gasparre de Luca, un ricco commerciante rom amico del signore dell’oro e noto lenone, proveniente dalla Basnia.

Il mio signore mi consigliò molto prosaicamente di tentare di corrompere tutti e tre i giudici in ogni modo che ritenessi confacente per mitigare la mia sentenza di esilio e poi di impegnarmi ad espiare il mio chiaro peccato di superbia, responsabile di avermi portato a questo punto a suo dire, andando a caccia di una fantomatica vampira nella città di Nevezia.

Contattare Chardath fu molto semplice, la donna sapeva già del mio arrivo e mi attendeva seduta su uno scranno elaborato, rivestita di veli trasparenti color carminio. Mi disse che se recuperavo per lei dal decaduto castello Stregazza una corona, un anello e un libro di misteri sui fantasmi avrebbe perorato la mia causa per mitigare la mia pena e convinto il conte Basianto a ritirare le sue accuse contro di me. Quando le chiesi come intendeva fare mi disse sorridendo che il suo corpo sarebbe stato una profferta irresistibile per il conte di Imen… in effetti il conte aveva una vulnerabilità per le belle donne, aveva tentato di approcciarsi persino con me.

Se per caso lo avessi trovato, le interessava anche un vecchio pugnale con una gemma incastonata. Acconsentii dubbiosa ad aiutare quella maga lasciva e me ne andai.

Gasparre del Luca si rivelò esattamente la serpe viscida e disgustosa che immaginavo. Cercava un pugnale maledetto da aggiungere alla sua enorme collezione di siffatte armi. A suo dire lo avrebbe utilizzato l’ultimo discendente degli Stregazza, Kaladrath, per uccidere la sorella Marilissa. Se gli avessi portato il pugnale era disposto a convincere Bruno Visconti a ritirare le sue accuse contro di me e intercedere perché la mia pena fosse mitigata. Acconsentii al patto con quell’uomo. Probabilmente si trattava dello stesso pugnale che poteva interessare a Chardath, ma personalmente preferivo darlo piuttosto alla donna che a un essere viscido come Gasparre.

Osvaldo Paniccia era un vecchio odioso e mi disse semplicemente di andarmi a fare benedire, per aver ucciso il figlio del suo signore avrei meritato ben più dell’esilio. Ed in effetti quella sera i suoi scagnozzi tentarono di portare a termine la minaccia, ma li spedii a rotolare in un fossato con la gola tagliata.

Non avendo più altro da fare attesi il processo in preghiera. Come sperato la sentenza fu di un semplice esilio da eseguirsi in forma dimessa alle porte della città. Lì riuscii a corrompere l’ufficiale della guardia a controllare per un eventuale mio segnale qualora avessi avuto la necessità di rientrare in città non vista, in cambio mi sarei recata in un villaggio li vicino a controllare la salute della sua fidanzata, che non vedeva da qualche mese, sul cui conto aveva ricevuto lettere preoccupanti. La donna era anche la sorella di Berus, mi sembrò il minimo recarmi in quel luogo per portarle la triste notizia della dipartita di Bianciforte.

Devotamente serva Vostra,

Camelia Farnese.

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